In pensione, ma il cervello non ha ancora
ricevuto lettera di congedo
In questo nuovo anno scolastico, io mi trovo lontano dalla cattedra… ormai da un anno. Eppure, l’inizio dell’anno scolastico continua ad avere qualcosa di familiare.
È vero: andare in pensione significa avere finalmente più tempo per sé, per quelle passioni, quegli hobby e quei progetti che negli anni di lavoro sono rimasti spesso in fondo alla lista, in attesa di un momento che non arrivava mai.
Ma c’è un piccolo particolare: la scuola ti lascia delle abitudini difficili da mandare in pensione.
Ti alzi la mattina con un piano operativo già dettagliato in testa. Cominci a fare quello che avevi pensato il giorno prima, passi da un’attività all’altra, sistemi, scrivi, leggi, programmi… e arriva la sera.
Ti concedi magari un film su Netflix, possibilmente con qualche riferimento alla scuola, perché evidentemente anche la pensione non riesce a cancellare certe deformazioni professionali. E pensi: "Questo sarebbe piaciuto ai miei colleghi".
Allora prepari mentalmente un breve messaggio da mandare su WhatsApp. Lo scrivi nella testa, lo correggi, lo accorci, lo riscrivi… E poi non lo mandi.
Infine vai a letto e, invece di spegnere il cervello, cominci a costruire la mappa delle operazioni per il giorno dopo. Insomma, sono in pensione, ma il mio cervello evidentemente non ha ancora ricevuto la lettera di congedo.
Poi, lentamente, comincio a distinguere i due stati: prima c’era il ritmo. Molto ritmo. C’erano le scadenze, le verifiche, le corse, l’ansia, il confronto continuo e anche le soddisfazioni. C’era la fatica. Ma c’era anche quella strana bellezza che solo chi insegna conosce: sentire di essere utile alla crescita di qualcun altro.
Adesso, in pensione, c’è partecipazione senza obbligo, tempo senza rincorsa, libertà senza ansia. E forse questa è la cosa più difficile da imparare dopo una vita di lavoro: non avere più qualcuno che ti dica cosa devi fare e, nello stesso tempo, continuare ad avere voglia di fare.
Per questo oggi penso a voi che ricominciate. Vi auguro un anno pieno di ragazzi capaci di sorprendervi, di domande che vi costringano a pensare, di soddisfazioni inattese e, naturalmente, anche di qualche momento in cui direte: “Ma chi me l’ha fatto fare?” Perché anche questo, in fondo, fa parte del mestiere.
Io, da parte mia, continuerò a svegliarmi alle sette, a preparare il mio piano operativo e a chiedermi come sia possibile essere in pensione e avere ancora così tante cose da fare.
Forse la risposta è semplice: quando hai passato una vita a insegnare, imparare a non avere fretta è una delle ultime lezioni da imparare.
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