I.
Shqipja: la colonna sonora di un
popolo
La mia lingua madre è
l'albanese. Antica, fiera, scolpita nella pietra della storia. Ventinove
consonanti come colonne di un tempio millenario, sette vocali come archi che le
uniscono, donando equilibrio perfetto, armonia segreta. La lingua si snoda tra le
lettere come un fiume tra le rocce, scorre indomita, custodisce le voci di chi
è stato e di chi sarà. Shqipja non è solo suono, ma memoria. Un mistero e un
miracolo, un albero antico che affonda le radici nelle profondità degli Illiri,
conservando in sé le prime parole di un'Europa dimenticata. Unica, solitaria
nel grande albero indoeuropeo, una stella che brilla di luce propria. Ogni
parola nuova è un germoglio su questo albero immortale. E quando un bambino, in
una terra lontana, impara a dire "Unë jam shqiptar", (io sono
albanese) non è solo un'affermazione d'identità, ma un ponte tra generazioni,
un filo invisibile che lega passato e futuro.
Dire "Shqipëri"
non significa soltanto nominare una terra. Significa pronunciare un giuramento,
un respiro che non si spezza, un inno di libertà mai soffocato. Ogni verbo,
ogni radice è una fiaba scolpita nei monti dai battiti d'ali delle aquile, ogni
sillaba risuona come lo scalpiccio dei balli nelle nozze della Labëria. Questa
lingua ha curato le ferite del suo popolo. Nell’epoca delle invasioni, quando
spade straniere tentavano di spegnere la sua voce, si nascose nei canti degli
anziani, nelle rapsodie della Lahuta, nel codice di Besa: la fedeltà che lega
più del sangue. E quando i regimi oscuri provarono a sentirsi immortali,
scrittori come Migjeni, Poradeci, Kadare trasformarono la parola in spada e
scudo. "Shqipëri o longevita" di Naim Frashëri non è solo un poema, è
il grido di una madre-padre che abbraccia i figli nel vento della storia.
È lingua di contrasti:
dura come la roccia del Dajti, dolce come il miele di Zagoria. Quando si
pronuncia "Rinia" (la gioventù), risuona la forza; quando si ripete
"Nënë" (madre), trema la terra; quando si pronuncia “Dashuri”
(amore), si scioglie la neve. E tra tutto questo, i dialetti: il Ghego con
l’orgoglio delle alture, il Tosco con la dolcezza delle pianure, si uniscono
come due braccia che si tengono strette nel ballo di Shqipe. “Gjuha jonë sa e
mirë!” scriveva un poeta del Rinascimento. “La nostra lingua, che meraviglia!
Quanto è dolce, quanto è ampia! Quanto è leggera, quanto è pura! Quanto è
bella, quanto è preziosa!"
II.
Eredità di pietra, sogni d’aria
A scuola ci insegnavano
il russo e l'inglese. Lingua di Puškin e Dostoevskij, mi incantava con la sua
durezza e il suo mistero. Lo sentivo nei film, pronunciato da labbra femminili
con quella dolce fermezza che sembrava custodire segreti. Era una lingua profonda,
a tratti impenetrabile, che scivolava tra le lettere come un camino sulla neve.
Mi affascinava il silenzio dell’essere, quell’assenza nel presente che parlava
più di mille parole. Eppure, il russo mi arrivò come eredità politica, non
culturale. E forse proprio per questo, non l'ho mai posseduta davvero. Rimase
un palazzo di ghiaccio, splendido e inabitabile.
L'inglese, invece, era un
eco di libertà ma anche un tiranno democratico che accoglie tutti ma non si
inchina a nessuno. Lo studiavamo con fervore, con la voglia di cantare i
Beatles, di sentire le corde vocali vibrare con Lennon, di sfiorare un mondo
lontano ma così desiderato. Lingua di poche regole e mille eccezioni. Niente
genere di sostantivi, coniugazione ridotta dei verbi, ma lettura strana delle
parole, soprattutto delle vocali. Nell'alfabeto si scrive "o" e si
legge "o". Nella parola "one" si legge "uan"(!?)
Mi intimoriva la sua vastità, la sua logica sfuggente, i suoi verbi intrisi di
mille sfumature. Un dizionario di fraseologie che possedevo dedicava ben
quattro pagine all'uso del solo verbo "give". Ma nelle sue
imperfezioni si nasconde un fascino unico.
III.
Le mie ali
Quando decisi di
affrontare gli esami postuniversitari per il dottorato, scelsi l’italiano come
lingua straniera. Non fu una scelta casuale. Lo avevo studiato privatamente,
ma, ancor prima, mi aveva chiamato con una voce melodiosa, avvolgente. Era
un’eco lontana eppure vicina, come un’aria antica che risvegliava qualcosa di
già mio. Non avevo mai pronunciato una parola con quattro vocali consecutive.
Con quattro consonanti, sì. Ma le vocali dell’italiano mi seducevano, scivolavano
leggere, promettevano bellezza. Una bellezza familiare, che aspettava solo di
essere riconosciuta.
Da bambina, i miei
genitori mi portavano al cinema a vedere film italiani: Non c'è pace tra gli
ulivi, che nel nostro paese divenne Non c'è pace sotto gli ulivi, perché la
sottomissione non porta quiete, solo ribellione. Guardavo L'uomo dai calzoni
corti e ricordo ancora le lacrime degli spettatori. Guardavo Casa Ricordi e
l'intera serie dei suoi compositori geni. Mentre Verdi, Bellini, Puccini
componevano arie immortali, i miei avi nascondevano alfabeti sotto le pietre.
Parlare italiano è un
privilegio, un atto d’amore. Ogni volta che lo usi, porti sulle spalle il peso
e la gloria di secoli, ma anche la leggerezza di un petalo di rosa. È la lingua
che ti permette di gridare “Mamma!” con una dolcezza unica, di descrivere il
tramonto come “un incendio di perle”, di guardare l’alba e nominare una terra.
L’italiano mi ha insegnato la bellezza delle sfumature, la grazia delle doppie
consonanti, il suono carezzevole della “c” che si adatta con un gesto di
gentilezza e si piega alle vocali come un soffio di vento. Nella mia lingua,
invece, la “c” non fa compromessi. Forse perché l’indipendenza è stata
guadagnata a caro prezzo. Per cambiare suono, serve una virgola sotto: “ç”, un
segno piccolo ma potente.
Ho imparato a memoria
regole che per un italiano sono istintive. Se una vocale precede una parola che
inizia per consonante e insieme creano un nuovo significato, quella consonante
raddoppia: mettere – ammettere, viso – avviso, testare – attestare… Non dimenticavo
mai le doppie consonanti nelle forme verbali: la m e la b nella prima persona
plurale del passato remoto, nella condizionale presente; nella terza persona
singolare e plurale di quest’ultima.
Ma il vero enigma era
scegliere l’articolo giusto per i sostantivi che terminavano in e: un mistero
senza logica apparente, come fare una scelta senza sapere il perché.
La coniugazione dei
verbi, invece, era un terreno familiare: sette modi, otto, quattro, due tempi
rispettivi. Perfettamente simili a quelli della mia lingua. E anzi, noi ne
abbiamo persino di più: nove modi verbali, due in più dell’italiano. Il
desideroso e il sorprendente, perché forse l’anima ha bisogno di più sfumature
per dire voglio o per esprimere meraviglia.
Ismail Kadare diceva che
per un albanese, imparare una lingua straniera è come per un pilota militare
guidare un aereo di linea. E io, nell’italiano, ho trovato le mie ali.
L'italiano non si limita a descrivere il mondo, ma lo trasforma in poesia, lo
colora, lo accarezza. Parlare italiano non è solo comunicare: è esprimere con
l’anima di Dante, dipingere con la magia di Michelangelo, innamorarsi con la
passione di Giulietta e Romeo. Oggi scrivo in italiano con fierezza. Shqipja
resta il mio scheletro – dura, sacra, scolpita nel marmo della Storia.
L'italiano è la carne che lo riveste: vibrante, sensuale, capace di trasformare
il solido in liquido.
Non è una lingua straniera per me. L'ho scelta. Mi ha scelta. L'ho studiata. L'ho vissuta. L'ho amata. E ora, con grande respiro e amore, dico: sono di madrelingua italiana.
#MotherLanguageDay #LinguaMadre #DiversitàLinguistica #Madrelingua #linguaitaliana #gjuhashqipe
Sa bukur,cfare kenaqesie te fillosh diten duke lexuar shkrimet e tua!Te mbushin me emocion,me energji.Falemnderit Besa!♡
RispondiEliminaE dashur, më bëre të ndihem shumë e lumtur me këto fjalë kaq të ngrohta. Të falënderoj me zemër që ndan me mua këtë emocion. Është kënaqësia më e madhe të dij që shkrimet e mia të japin energji e gëzim. Të përqafoj.
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