PUNTI DI FLESSO

Abstract: Il pensionamento non rappresenta una discontinuità, una rottura netta con il passato, bensì un punto di flesso: quel momento di transizione che, pur non interrompendo il percorso, ne cambia la "concavità", donandogli un nuovo ritmo e una nuova onda.
In questo articolo, ripercorro la mia storia professionale attraverso questa potente metafora matematica. Una vita segnata da diversi punti di flesso significativi: l'incontro e la fusione di due mondi, quello scolastico albanese e italiano; l'evoluzione di una carriera che dall'insegnamento scientifico è passata attraverso la mediazione linguistico-culturale e il giornalismo, per poi tornare alla docenza, avendo sempre usato la matematica come primo linguaggio universale e come ponte.
Qui la matematica diviene MÁTHĒMA, nel suo significato più alto di "insegnamento": non solo numeri, ma strumento di giustizia, rifugio, voce e integrazione. Un ringraziamento sentito va ai veri protagonisti di questa storia, gli studenti, e a tutto il "sistema-scuola" colleghi, personale ATA e dirigenti, per aver reso questo volume della mia vita così ricco e umano. 

Oggi non è un addio, ma un arrivederci. Nel percorso professionale, il pensionamento è un punto di flesso che per me ha rischiato di diventare punto di discontinuità. Non ho potuto salutare i miei studenti. Per questo ho preparato la cartolina.

Vengo da una scuola costruita sul triangolo rivoluzionario: istruzione, lavoro produttivo e addestramento militare. Una scuola rigida, in cui per non trovarsi nei guai era consigliabile seguire e approfondire le materie scientifiche piuttosto che quelle umanistiche. La disciplina è rimasta dentro di me: precisione, attenzione, rispetto delle regole. Eppure, la curiosità verso il lato umano e creativo non si è mai spenta. Forse, anzi, proprio quella costrizione l’ha resa ancora più viva.

Arrivare in Italia è stato come respirare un’aria nuova. Più libertà, più attenzione alle persone, meno paura dell’errore. Ho trovato una scuola diversa, più aperta, che cercava equilibrio tra scienze e umanesimo.                                                                                                                                            L’essere straniera è stato come un esperimento silenzioso: se all’inizio creava distanza, col tempo ha mostrato che la vera conquista non è coesistere senza urtarsi, ma convivere in un dialogo capace di trasformare entrambi, senza che nessuno resti uguale a prima.

La parola “matematica” viene dal greco MÁTHĒMA, che significa “insegnamento”. Non “numeri”, non “calcoli”, ma insegnamento. Questo, per me, è sempre stato una dichiarazione d’amore verso la professione.

Prima di entrare in ruolo, ho vissuto altre esperienze, tra cui quella di mediatrice linguistico-culturale. Qualcuno potrebbe chiedersi: cosa c’entra con la matematica? Seguivo in classe ragazzi stranieri, cercando di semplificare il loro ingresso in un mondo nuovo. E vi posso dire con onestà: il primo linguaggio che hanno usato per comunicare non è stato l’italiano. È stata la matematica.                                                                                                                                         

Un ragazzo, il secondo giorno di scuola, ancora spaesato, ancora muto, ha alzato la mano davanti a un’equazione. Non servivano parole. Bastava la lavagna. La matematica, in quel momento, è diventata un ponte.

E quando una bambina di prima elementare, alla domanda “Con quante M si scrive mamma?”, ha risposto “con tre”, ho capito che il ragionamento matematico può essere più potente di qualsiasi dizionario.

In un progetto di accoglienza, i bambini stranieri dovevano compilare un questionario. Alla domanda “Quanti anni avevi quando sei arrivata in Italia?”, una bambina di sei anni, aiutata dalla sorella maggiore, ha scritto: -2. Ecco, anche questo è il ruolo della matematica: una mediatrice linguistica.

Arricchita da queste esperienze, per me non è stato difficile avviare e realizzare progetti insieme agli studenti.

Con la 1BM, oggi 4BM, abbiamo partecipato al concorso Formath con il progetto “La  matematica dà a tutti pari dignità”. La giuria lo ha menzionato come l’unica scenografia in tutta Italia, apprezzando in particolare il coinvolgimento di tutti i ragazzi.

 Un pensiero affettuoso agli studenti, veri pilastri delle quinte: sono loro che hanno fatto della matematica non soltanto una materia, ma una compagna di viaggio. Restano memorabili le immagini dei colloqui all’esame di stato: l’orso polare, la mappa matrice di Barcelona, Pievani come ponte tra ecologia e analisi matematica, il mare racchiuso in una bottiglia di plastica, e tante altre ancora.

Studenti come Chiffi, Cannone, D’Amore, Sollazzo, Antolini, Leone, Miracapillo, Cafagna, Rutigliano, D’Ambrosio e altri non sono stati semplici coordinate in un registro, ma punti notevoli nel piano di Gauss di una storia destinata a continuare a crescere.

Ci sono momenti nella vita scolastica che non si dimenticano. Non perché siano epocali, ma perché sono piccoli frammenti di umanità che brillano come numeri primi: rari, unici.

Un anno fa, durante la prova scritta di italiano, uno studente mi guarda con l’aria di chi ha appena scoperto che la pagina bianca è più minacciosa di un’equazione di secondo grado. Mi dice: “Prof, non riesco a scrivere niente. Come faccio a concentrarmi?” Io, con la saggezza di chi ha visto più compiti che tramonti, gli rispondo: “Chiudi gli occhi. Pensa. Respira. E poi scrivi.”
Il giorno dopo, alla seconda prova, un collega ci racconta che tutti gli studenti erano lì, con gli occhi chiusi.😊
E lo sappiamo bene: dietro a ogni passo avanti di uno studente c’è sempre un intero sistema.

Un sistema in cui i docenti, persone gentili e integre, assomigliano ai numeri naturali: positivi per definizione, elementi fondamentali, con cui è facile operare e da cui nasce sempre un risultato positivo, proprio perché naturali.

All’interno di questo sistema, il nostro Dipartimento di Matematica è un dominio speciale, un insieme in cui ognuno di noi è un punto di accumulazione di conoscenze, idee e stimoli. Un luogo dove le idee si sommano, si moltiplicano e raramente si sottraggono.

Con una capo dipartimento di grande garbo, precisa ed elegante come un algoritmo ben scritto da invidiare, abbiamo tracciato un percorso di crescita comune.

Ci sono i collaboratori, che, come software di ultima generazione, affrontano problemi con eleganza matematica, pragmatismo informatico e pazienza tipicamente inglese, cercando di non andare in crash. 

C’è il personale ATA, che ha triplicato il vocabolario della gentilezza e ti accoglie ogni mattina con un sorriso. In segreteria e in ufficio tecnico trovi sempre qualcuno pronto a riceverti con cordialità. Nelle aule il PC è già “ripulito” da tutte le cache, quasi come se la tecnologia avesse finalmente fatto pace con l’umanità.

Tutto questo sotto la guida di una Dirigenza che si impegna a mantenere l’equidistanza, o forse l’equivicinanza (sembra uguale, ma non è proprio la stessa cosa )  con tutti gli operatori, riuscendo ogni volta a trovare il giusto equilibrio tra norme legislative, metodi didattici e intuizioni personali. Una guida capace di tracciare il percorso più armonico per la nostra scuola, come un direttore d’orchestra filarmonica.

E poi ci sono i colleghi:

C’è chi accoglie tutti con naturalezza: con un sorriso più grande della sua statura, ma mai oltre la misura delle parole.

C’è chi prende in giro con una leggerezza tale che tu annuisci, e solo dopo ti accorgi di star ridendo. È il sorriso che arriva in ritardo, ma resta più a lungo.

C’è chi lascia cadere la battuta come una monetina sul tavolo, e in un attimo tutti ridono.

C’è chi crede che un buon tè del pomeriggio sia la soluzione a qualsiasi problema.

C’è chi insegna che un verso di Dante può salvare l’anima, che con un solo, immenso verso, Leopardi riesce a misurare l’infinito, e che una pagina di Verga può restituire la dignità a chi l’ha perduta.

C’è chi, con una tuta e un fischietto, riesce a insegnare disciplina più di mille parole.

C’è chi la cui voce arriva prima del pensiero, e quando parla vale sempre la pena ascoltarlo.

C'è chi non sa dire mai di no.

C’è chi costruisce castelli di assurdità così perfetti che solo alla fine ti accorgi di essere stato elegantemente vittima di un maestro dell’ironia intellettuale.

C’è chi con lo sguardo abbassato prima ancora di parlare, porta la saggezza ingegneristica che rende ogni problema più semplice.

C’è chi traduce il mistero della natura umana in suoni, chi in colori, chi in movimenti e  chi in numeri. C’è chi invece che lo frantuma con dolcezza, lo scruta in profondità, ne distilla l’essenza e la restituisce in poesia che va dritto all’anima.

Spero di aver lasciato l’idea che la matematica non è solo numeri, ma linguaggio, giustizia, rifugio, voce. Ora per me si apre una nuova fase. La vivo come quando si chiude un libro dopo averlo letto tutto. Nel mio caso il libro aveva due volumi.

Il primo congedo è arrivato nel mio Paese. Ma proprio in quell’anno, ecco l’Italia che mi accoglieva con una nuova opportunità: diventare di ruolo. Due mondi che si incrociano, due avanguardie diverse, come amo scherzare. Una chiudeva, l’altra apriva.

Ora, con la seconda pensione, il sorriso è inevitabile: due vite, due percorsi che si intrecciano, due sistemi che hanno segnato la mia storia, e ne vado fiera.

E se non ci sarà una terza pensione, poco importa: ho già vissuto due vite in una.

Grazie a tutti voi per aver reso questo secondo volume della mia vita professionale ricco e umano.

Auguro che la scuola resti un laboratorio vivo, dove si sommano esperienze, si moltiplicano idee e non si sottrae mai la passione.                                                         

(Il testo completo del mio intervento l’11/09/2025, in occasione della cerimonia di pensionamento.)

B.N. Diritti riservati. 





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