Zjerm*: un grido antico e nuovo che accende l'Europa
Zjerm*: një thirrje e vjetër dhe e re që shndrit Europën

Con “Zjerm”, il gruppo Shkodra Elektronike ha donato all’Eurovision non solo una canzone, ma un’esperienza visiva, sonora e simbolica di rara intensità. In soli tre minuti, mito e realtà, dolore e speranza, spiritualità e identità si sono intrecciati in una narrazione profonda, lasciando il pubblico scosso, acceso, coinvolto fino all’ultima nota.
Sul palco, il mito della Kalaja e Rozafës prende forma attraverso le mura stilizzate della fortezza, simbolo di una resistenza antica che sopravvive al tempo grazie all’onestà e il sacrificio di una giovane madre murata viva. Non è solo leggenda: è memoria collettiva, è la radice di una terra che ancora oggi si racconta attraverso simboli forti, essenziali, eterni.
La cantante si presenta come un’eroina moderna, vestita di un abito che parla. La stilista ha saputo trasformare il corpo della protagonista in una narrazione visiva. Una metà è coperta da un tessuto rosso che richiama la nudità simbolica della madre murata: lasciò fuori dal muro un occhio per vedere suo figlio, una mano per accarezzarlo, un piede per cullarlo, un seno per nutrirlo. L’altra metà del vestito evoca le fiamme del “zjerm”, il fuoco che non brucia ma scalda, illumina, dà energia, dà senso, brilla (shndrit).
E proprio il fuoco diventa il cuore simbolico della performance: Zjerm è la fiamma che tiene in vita la memoria, la luce che attraversa il buio della nostra epoca. Un fuoco tribale, arcaico, che richiama la danza, la preghiera, la resistenza.
La voce maschile, profonda e avvolgente, non è semplice accompagnamento. È presenza, è radice, è razionalità. Il ragazzo in nero, senza alcun orpello scenico, rappresenta il mondo reale, bianco e nero, che resta dopo che il fuoco ha consumato tutto. È la cenere che resta, ma anche la terra su cui ricostruire. È lui che invita la ragazza a rimanere con i piedi per terra, ma senza spegnere il sogno. Perché la speranza, la luce, la bellezza non muoiono: shndritin, brillano, anche sotto le macerie.
Straordinaria la fusione della preghiera cantata dalla ragazza, che unisce parole provenienti da due fedi diverse: “Aman miserere” un’invocazione che sembra provenire da un’unica anima. Così naturale, così autentica, da far sembrare che le religioni, nel dolore e nell’amore, abbiano sempre parlato la stessa lingua.
“Zjerm” non è solo una canzone. È un grido antico e nuovo.
Nel finale, i colori rosso e nero, sangue e radici, passione e patria, esplodono sulla scena con forza travolgente. E la giovane artista, con il corpo che racconta e la voce che invoca, appare come una piccola aquila: fragile e potente allo stesso tempo, simbolo di un popolo che non dimentica da dove viene e che osa ancora guardare verso l’alto.

* Zjerm è una parola del dialetto di Scutari, variante del termine albanese “zjarr”, che significa “fuoco”. Ma "zjerm" non si limita a indicare una semplice fiamma: è molto di più. È calore che nasce dall’anima, è la percezione viva dell’amore, è la dedizione intensa in qualcosa che ti coinvolge profondamente. Pronunciata come "zjarr", la parola cambia connotazione: la doppia r evoca la forza distruttiva del fuoco, la sua violenza. Invece, nella forma "zjerm", con la e pronunciata a bocca semiaperta e la m finale che chiude il suono con dolcezza, il significato si trasforma. Diventa un fuoco che attira, che desideri, che ami, che affronti con coraggio. Un fuoco che non brucia, ma scalda, brilla, “shndrit”.


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